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IL PUNTO DEL MERCOLEDÌ – VACIAGO: “Il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze” – ZAZZARONI: “Umiliante non far parte di un torneo aperto a 48 nazioni”

IL PUNTO DEL MERCOLEDÌ – VACIAGO: “Il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze” – ZAZZARONI: “Umiliante non far parte di un torneo aperto a 48 nazioni”

Dopo la sconfitta nella finale playoff contro la Bosnia, sulle colonne dei quotidiani odierni si analizza l’ennesima tragedia sportiva dell’ Italia calcistica. “La qualificazione era diventata una questione di dignità nazionale: non far parte di un t…

Dopo la sconfitta nella finale playoff contro la Bosnia, sulle colonne dei quotidiani odierni si analizza l'ennesima tragedia sportiva dell' Italia calcistica. "La qualificazione era diventata una questione di dignità nazionale: non far parte di un torneo aperto a 48 nazioni è addirittura umiliante. Chi ha firmato il progetto, chi l’ha voluto e sostenuto non può reggere a questo terzo fallimento. A casa. Come noi. Ognuno si assuma la propria, di responsabilità" , scrive Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport. Così invece Guido Vaciago su Tuttosport: " E adesso via tutti. Il reset non è mai una soluzione, ma può essere una medicina. Il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze a ogni livello del calcio italiano, non si possono schivare le colpe, le responsabilità e le condanne" ______ Ecco i commenti di alcuni degli opinionisti più importanti della stampa, pubblicati sulle colonne dei quotidiani oggi in edicola. ______ I. ZAZZARONI - CORRRIERE DELLO SPORT (...) Il nostro purtroppo non è solo un flop, il terzo di fila: è il fallimento plastico di un sistema. Appare come un insuccesso contingente, in realtà è una crisi strutturale. L’esito negativo non è dovuto all’errore di un singolo, a un gol sbagliato, a un rosso non dato o alla sfortuna (un fiasco passeggero). Indica che le fondamenta, le regole, le procedure o la mentalità alla base del progetto sono errate. Non è stato un solo elemento a non funzionare, ma l’intero meccanismo che lo sostiene. Le responsabilità sono chiare. Le cause anche, riconducibili a decisioni, negligenze o azioni specifiche di soggetti definiti con responsabilità personale e di politica sportiva. Il fallimento è un problema organizzativo, sociale o ideologico più ampio. Il passato non torna, ma la storia ci vede bene. C’era un tempo in cui vincevamo contro Zico, Socrates, Junior, Passarella, Maradona, Rummenigge, Stielike, adesso fatichiamo contro un quarantenne con molti chilometri nelle gambe e un gruppo di volonterosi. (...) La Bosnia ci ha messo sotto, ci ha fatto stare male, tolto il respiro: uno dopo l’altro sono emersi tutti i nostri difetti, i nostri cali di tensione e atletici. Non siamo stati mai aggressivi, abbiamo subìto la voglia e la determinazione di una squadra che oggi non riesco a considerare inferiore alla nostra. Donnarumma ci ha tenuto in partita in almeno tre occasioni e allora mi chiedo come possa gente come Dimarco, Calafiori, Locatelli, Barella, Politano farsi sopraffare in una sfida così importante. La qualificazione era diventata una questione di dignità nazionale: non far parte di un torneo aperto a 48 nazioni è addirittura umiliante. Chi ha firmato il progetto, chi l’ha voluto e sostenuto non può reggere a questo terzo fallimento. A casa. Come noi. Ognuno si assuma la propria, di responsabilità. (...) S. AGRESTI - LA GAZZETTA DELLO SPORT Un altro disastro si è consumato, un altro fallimento si abbatte sul nostro calcio. Quasi non ci crediamo, non ci vogliamo credere, anche se ormai dovremmo essere preparati: era già successo due volte, le ultime due, eppure ci sembra impossibile pensare che non saremo ai Mondiali nemmeno la prossima estate. Dopo la Svezia, dopo la Macedonia del Nord, è la Bosnia a cancellarci dalla competizione che abbiamo sempre sentito nostra, al punto che l'abbiamo vinta in quattro occasioni (più di tutti, a parte il Brasile). Non è così nostra, evidentemente. Non più. Abbiamo attenuanti? No, anche se a Zenica qualche motivo per protestare ce l'hanno dato. (...) Ma oggi, con questa sconfitta, la realtà che abbiamo davanti agli occhi ha una forma diversa: ci appare come un ridimensionamento inequivocabile. La storia recente ci dice una cosa chiara, dalla quale dobbiamo cominciare ogni analisi: l'eccezione - ahinoi - non è l'eccezione dai Mondiali, capitata tre volte di fila, ma la vittoria di cinque anni fa a Wembley. Lì siamo andati oltre le nostre possibilità mentre la normalità racconta qualcosa di differente, anzi di opposto. La normalità è tristemente quella che ci ha mostrato lo stadiolo di Zenica. Gattuso ha fallito nella partita più importante. Sarebbe ingeneroso prendersela solo con Rino, se prima di lui non ce l'avevano fatta Ventura, Mancini e Spalletti significa che il problema non è in panchina. Ma è comunque difficile immaginare che la Nazionale possa ripartire con il ct che l'ha accompagnata a una sconfitta così grave. (...) . Se Gravina riuscirà a rimanere lassù anche stavolta, nonostante la delusione di milioni di tifosi azzurri, stabilirà un doppio record: di Mondiali falliti e di resistenza. (...) G. VACIAGO - TUTTOSPORT E adesso via tutti. Il reset non è mai una soluzione, ma può essere una medicina. il terzo Mondiale da spettatori non può non comportare conseguenze a ogni livello del calcio italiano, non si possono schivare le colpe, le responsabilità e le condanne. Risalendo dagli errori di Esposito e Cristante dal dischietto, si deve ripercorrere una lunga catena di piccoli e grandi sbagli, di disastri strategici, di immobilismo politico teso alla bieca conservazione del potere. (...) Ci ripetiamo le stesse cose da dodici anni e negli ultimi otto anni a governare la Federazione c'è lo stesso presidente federale, Gabriele Gravina. Se ci ritroviamo , per la terza volta consecutiva, con la stessa tristezza nel cuore e la stessa frustrazione nei pensieri, significa che tutto questo tempo è passato invano. E qualcuno deve renderne conto. (...) Al Mondiale andranno 48 squadre. Alla Fifa ne sono affiliate 211, significa che una su quattro ci sarà. Questa semplice considerazione aritmetica misura Io sprofondo in cui è precipitato il calcio italiano ieri sera. O, meglio, lo sprofondo in cui è da tempo e che, ieri notte, le zollacce del campo di Zenica hanno certificato in modo impietoso e beffardo. Perché ci hanno pure derubato. Non che si faccia una grande figura a gridarlo, ma dobbiamo dirlo e sottolinearlo perché, in fondo, è un altro segnale di quello che siamo diventati a livello internazionale: una squadra poco rispettata, perché evidentemente poco credibile. (...) A. SORRENTINO - IL MESSAGGERO È la terza volta consecutiva, ora basta. I responsabili di questo definitivo disastro devono andarsene, anche se il presidente federale Gravina, a sconfitta ancora caldissima, prova ad abbarbicarsi alla poltrona. (...) La tristissima partita in Bosnia, infarcita di errori e di inadeguatezze dei nostri giocatori a cominciare dal terrificante Bastoni (uno che ha partecipato a tutte le disfatte dell'Italia e dell'Inter negli ultimi anni), conclusa con rigori grotteschi, sancisce l'ora più buia in 116 anni di Nazionale. Oltre un secolo di tradizione, di eroi e di palpiti, e milioni di tifosi e di generazioni la cui passione ebbe un senso perché eravamo il grande calcio italiano, e andavamo a testa alta nel mondo, si vinceva e si perdeva ma per Giove, eravamo l'Italia, gli AZZUrri. Ora invece nel calcio non siamo e non contiamo più nulla, le invasioni barbariche ci hanno raso al suolo, quindi fateci questo grandissimo piacere, voi imperatori con i vostri cortigiani: dimettetevi. Tutti. I dirigenti che ci hanno condotto fin qui, e tutte le componenti del calcio che un anno fa avevano rieletto questi vertici con la ridicola percentuale del 98%. (...) Vergogna. Adesso arriveranno i processi mediatici, certo. Tardivi più che mai, dato che anche la stampa sportiva ha enormi responsabilità per come ha rinunciato da anni a uno spirito critico serio e costruttivo, preferendo accompagnare la nave verso il disastro e continuando a suonare trombette, violini e orchestre anche nell'enorme evidenza della nostra progressiva piccineria. (...) P. CONDO - CORRIERE DELLA SERA La partita che ci porta al terzo fallimento mondiale di fila è un contenitore pieno di situazioni di segno diverso, difficile da decrittare fuori dalla tensione di uno spareggio, fino alla sequenza dei rigori che decapita l'ultima speranza. L'Italia è stata avanti fino a 10minuti dalla fine grazie a un gol regalato dal portiere bosniaco, ma aveva sofferto anche prima che Bastoni completasse il suo annus horribilis con un'espulsione da principiante. A quel punto Gattuso ha piazzato il pullman davanti alla porta, che non è mai una strategia affidabile, ma dopo 20 minuti di apnea l'Italia è finalmente riemersa, e tre occasioni (una d'oro) per il raddoppio le ha costruite. (...) S'era detto che la Bosnia in casa non avrebbe fatto barricate —che senso ha godere di uno stadio bollente se ti metti ad aspettare gli avversari? — e così è stato. Ma quando all'atteggiamento aperto i balcanici hanno aggiunto il gol regalato, perché Barella e kEAN sono bravi a gestire con freddezza il catastrofico omaggio del portiere Vasilj, il copione tattico del match è sfociato nell'ovvio. Bosnia all'attacco, Italia in gestione. Anche questo avrebbe dovuto essere un retaggio del nostro passato — come addormentavamo le partite, noi neanche una ninnananna — e invece la mancata pressione sugli esterni rivali ha permesso loro di mandare in area molti palloni. Troppi. Il(...) Ma il nero nuvolone che grava sulle teste degli azzurri produce infine il gol che vale i supplementari, e Turpin non si accorge che nell'azione Dzeko tocca il pallone col braccio. Quasi obbedendo a un riflesso scritto nel tempo l'Italia negli ultimi cinque minuti prova il colpo estremo avanzando il proprio raggio d'azione, un po' come successe in quell'Italia-Australia del 2006, quando Totti e Grosso confezionarono la giocata del rigore a evitare i supplementari in 11 contro 10. Ma Totti non c'è, Grosso nemmeno, e Gattuso non basta. M.CROSETTI - LA REPUBBLICA Il dramma è che non è più un dramma, è un'abitudine. Siamo questi, siamo poco più di niente e siamo fuori. Improbabile che gli italiani soffrano più delle altre volte, anche se sportivamente fa male andarsene così. Tutti a casa? Ma già ci siamo, è lì che abitiamo, non usciamo più dal cortile del nostro mediocre campionato, siamo fuori dalla Champions a marzo, figurarsi se potevamo andare ai Mondiali. Ci sono sempre più bambini che non hanno mai visto gli azzurri giocarli, tra poco si fidanzeranno, si sposeranno e l'Italia sempre a casa. (... C'è Dimarco che festeggiò davanti al monitor perché la Bosnia era passata ai rigori, e non può tirare il rigore mentre, di nuovo, passa la Bosnia: tutta una nemesi, e ce lo meritiamo. Omero era un dilettante. E che dire della Federcalcio? Dovevano andarsene dopo l'Europeo delle comiche, sono rimasti lì ed è una comica, un'altra. Tra quattro anni presenteranno a marzo un bel piano per il rilancio dei vivai? Possibile. La Nazionale esprime immaturità e mediocrità, siamo così e non facciamo niente per essere qualcosa di meglio. Tutto scivola via, anche le avvilenti telecronache della Rai, passare da Pizzul ad Adani è come passare da Pirlo a Cristante, senza offesa. (...) M. DE GIOVANNI - LA STAMPA Il primo impulso, lo confesso, è stato il tasto rosso del telecomando. Né commenti, né azioni principali da rivedere, né interviste. Come se cancellare il post partita fosse servito a cancellare la partita stessa, dai, non è mai esistita, non si è mai giocato. Non è vero, semplicemente. Non è vero che saltiamo anche questo mondiale. Mi sono guardato attorno, e non ho visto nessuno. Il popolo del mio salotto, normalmente ben frequentato quando c'è un match importante, stavolta non c'era. Tutti impegnati altrove, o semplicemente poco interessati. La mia mente è inevitabilmente andata a molti anni fa, quando ero ragazzo e un eliminazione dell'Italia dal mondiale mi avrebbe addirittura fatto piangere. (...) L'Italia non va al mondiale, e neanche un urlo di disperazione. Perché prendiamone atto, le cose sono cambiate. È solo calcio, per carità, effimero e superficiale pallone che rotola sull'erba. Uno sport, il più seguito ma di certo non il più apprezzato, i ragazzi legano le proprie emozioni e l'esaltazione a Kimi, a Jannik, alla Brignone e alla Egonu, alla Battocletti o alla Paolini, giustamente, viva chi vince, e poi sono performances un po' fast food, imprese singole e fulminee, mica ci si deve sedere settimana dopo settimana per mesi interi per capire se qualcuno ha vinto qualcosa. E il calcio stesso è diventato quello degli highlights, il singolo gesto tecnico visto da quattordici angolazioni diverse, il campione è il campione e si segue lui, qualunque maglia vesta, nei confini nazionali e fuori. Non è tanto cambiato il calcio, mi sono detto affacciato alla finestra davanti alla sera incredibilmente normale di una città anormale. Sono cambiati gli occhi con cui guardiamo al Paese. (...)

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